"L'illusione dello speleologo" è reale: uno su due riesce a vedere al buio
L'umanità, secondo uno studio americanodell'università di Rochester e della Vanderbilt University, pubblicato sulla rivistaPsychological Science, è divisa in due: da una parte i "comuni mortali", dall'altra coloro che sono in grado di vedere i propri movimenti al buio più completo. Come i gatti. O come gli speleologi, che più volte, infatti, hanno dichiarato di vedere perfettamente le proprie mani anche a 300 metri sotto terra, nei meandri delle grotte più profonde.
Gli avventurosi esploratori delle caverne non sono dunque né dei millantatori né dei superuomini dotati di capacità ultraterrene. Semplicemente, nel mondo, una persona su due è capace di vedere al buio. Quindi, se di notte non vi crea problemi il fatto di dover raggiungere la porta del bagno a luci spente, è probabile che siate così fortunati da rientrare nella categoria degli "ipervedenti".
"Vedere nel buio più totale, secondo le nostre conoscenze del funzionamento della vista, non dovrebbe essere possibile - spiega uno degli autori, Duje Tadin, dell'università di Rochester - ma la ricerca dimostra che i nostri movimenti trasmettono segnali sensoriali al cervello in grado di generare reali percezioni visive, anche in completa assenza di impulsi ottici". Tutto dipende, quindi, ancora una volta, dalle straordinarie e ancora in gran parte inesplorate capacità del nostro cervello, chequando vede la mano in movimento impara a prevedere l'azione anche in assenza di luce.
Per giungere a questo importante conclusione i ricercatori hanno dimostrato oggettivamente una percezione che in realtà è soggettiva, e lo hanno fatto grazie a cinque esperimenti che hanno coinvolto 129 persone. "Si tratta di uno dei tanti fenomeni in cui è possibile ingannare il cervello. La percezione che abbiamo del mondo esterno - spiega Stefano Cappa, primario di neurologia dell'IRCCS Ospedale San Raffaele Turro – Milano e docente di neuropsicologia clinica presso l' università Vita-Salute San Raffaele - non è passiva. Quando noi muoviamo un arto, i muscoli ci mandano continuamente dei segnali che indicano la nostra posizione nello spazio. Un'aspettativa è dunque in grado di generare una vera e propria percezione visiva. Si tratta di un'illusione così detta 'cross mobile' ".
L'informazione che arriva dai muscoli e dalle articolazioni in una parte dei soggetti è in grado di generare, cioè, una illusione visiva. "Lo specifico paradigma - continua Cappa - riscontrato in questo esperimento non era mai stato analizzato, anche se fa parte di una famiglia di fenomeni illusori che conosciamo. Non sappiamo come mai alcune persone hanno questa capacità e altre no, dipende dalla conformazione del cervello. I soggetti sinestetici, generalmente, hanno questa abilità".
Lo studio è stato svolto creando nei volontari false aspettative: in un primo test ai soggetti è stata messa sugli occhi una benda con fori finti; in un secondo, una benda con fori apparenti. In realtà, entrambe oscuravano la vista nel medesimo modo. In un terzo esperimento, gli autori hanno poi agitato la mano davanti ai volontari bendati e in un quarto un tracciatore di occhi computerizzato ha confermato se le percezioni dei movimenti erano reali. Dai risultati è emerso che circa la metà dei partecipanti avevano rilevato il movimento della propria mano e che pochissime persone avevano visto quella dei ricercatori. Segno che l'esperienza visiva riguarda, purtroppo, solo i propri movimenti.
"Questo interessante studio - spiega Vincenzo Di Lazzaro, primario dell'unità operativa di neurologia dell'Università Campus Bio-Medico di Roma - non dimostra la reale capacità di vedere al buio, ma piuttosto la straordinaria abilità del nostro cervello di utilizzare al massimo le informazioni che provengono da tutti i sensi e fonderle insieme per costruire una percezione di noi stessi e del mondo esterno che sia la più completa possibile".
Nel nostro cervello esistono, infatti, delle aree che si occupano di integrare le sensazioni visive, propriocettive (cioè quelle che provengono dalle articolazioni e dai muscoli e ci danno il senso di posizione di braccia e gambe), uditive, olfattive e gustative. Normalmente, quando muoviamo la nostra mano abbiamo due tipi di percezione: quella propriocettiva e quella visiva che deriva dall'osservazione della mano in movimento. "Il nostro cervello - continua Di Lazzaro - crea una fortissima associazione tra le due diverse percezioni fondendole in una unica sensazione, definita sinestesia, senza confini netti tra propriocezione e visione. Quando una delle due percezioni viene a mancare, come accade al buio, gli stimoli propriocettivi possono evocare una sensazione più complessa andando ad attivare non soltanto l'area cerebrale che riceve le informazioni sensitive ma anche quelle aree che associano queste ultime a sensazioni più complesse in modo da sopperire alla incompletezza delle informazioni provenienti dall'esterno. Questo fenomeno può generare l'illusione di vedere al buio".
Le abilità sinestesiche sono particolarmente sviluppate in alcuni individui che, ad esempio, non riescono a far a meno di associare ad ogni lettera un colore, per cui una scritta in bianco e nero viene percepita a colori, con un colore diverso per ogni lettera. Anche l'esercizio può avere una influenza, come accade ad esempio per gli speleologi che passando molto tempo al buio, in mancanza di stimoli visivi veri e propri, hanno l'illusione di vedere i movimenti delle loro mani. La loro area visiva, infatti, poco stimolata al buio, diventa molto responsiva ad informazioni sensoriali trasmesse da altri sensi.
"Infine - conclude Di Lazzaro - questo accade anche in condizioni patologiche. Ad esempio, nelle persone non vedenti i caratteri della scrittura Braille non vengono interpretati solo dall'area cerebrale che riceve le informazioni tattili ma anche da quella che normalmente svolge la funzione visiva. Tutto questo accade perché il cervello ha una grande capacità di adattamento a nuove situazioni". Come, ad esempio, il muoversi al buio.
Fonte: repubblica.it
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